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venerdì, dicembre 23, 2005


2:51 AM - Ma che robe in Italia

Leggevo quello che accade a Carlo Parlanti (www.carloparlanti.it) in USA. E di come la giustizia e' diversa in USA rispetto che in Italia. Una volta letto quanto accade al povero Carlo sopracitato, ragionate su cosa accade in Italia per un grave reato, Qui sotto la storia...

Storia assai istruttiva, questa che vi racconto oggi. In breve l’antefatto. Nell’inverno 2002, a Pordenone, una banda di farabutti stupra una ragazzina di tredici anni. Della banda fanno parte, insieme ad un paio di minorenni, l’albanese Kasem Placu (20 anni) e Robert Scott Gardner (19 anni), aviere americano di stanza alla base Usaf di Pordenone. Lo stupro viene consumato in un appartamento avuto in prestito dal valoroso soldato Usa; la vittima, non solo violentata per ore ed ore ma anche maltrattata, sarà ricoverata in ospedale. La ragazza denuncia la banda, la polizia conferma le accuse con prove inconfutabili (prova del Dna).

Diciotto mesi di indagini culminano nell’arresto dei quattro della banda. Ma proprio i principali responsabili dell’infamia (l’aviere Usa e l’albanese) non potranno essere processati, insomma non pagheranno nemmeno con un giorno di galera la loro criminale impresa. Ed il bello è che, paradossalmente, non è colpa loro ma dell’irresponsabile ignavia delle autorità italiane, in particolare del ministero della Giustizia amministrato dall’ing. Castelli. Vediamo come e perché sulla base della risposta-scaricabarile che il ministro della Difesa Antonio Martino ha fornito per iscritto alla deputata dei Verdi Luana Zanella che aveva chiesto (al ministro della Giustizia, che non elegantemente ha passato la palla al collega Martino) conto e ragione dell’incredibile esito della vicenda.

Cominciamo naturalmente dal caso più scandaloso, quello dell’aviere Usa. Spiega Martino che “si è rinunciato all’esercizio della giurisdizione spettante allo Stato italiano nei confronti del militare Nato” in considerazione di tre elementi: “la giovane età dell’imputato”, “che, comunque, lo Stato di origine del medesimo avrebbe esercitato l’azione penale” (il come si è visto con i protagonisti della tragedia del Cermis: il cavo della funivia tranciato al culmine di un gioco di due avieri Usa che poi, in Usa, l’hanno fatta franca alla faccia dei venti morti), e infine “che il Paese di origine (vale a dire gli Stati Uniti, ndr) avrebbe fatto fronte ai risarcimenti dovuti alla parte lesa italiana”.

Quali e quante garanzie erano state ottenute dall’autorità giudiziaria italiana, ed in particolare dalla procura di Pordenone e dalla procura generale di Trieste? Evidentemente poche o punte se è potuto accadere che, mentre l’aviere farabutto se ne tornava tranquillamente al suo paese, “le autorità statunitensi non hanno dato seguito alla pratica di risarcimento ritenendo non sufficienti gli elementi posti a fondamento della richiesta e hanno manifestato perplessità sulla natura delle imputazioni mosse nei confronti del Gardner”. Risultato: una volta scappati i buoi, la procura di Pordenone ha chiuso la stalla avviando procedimento nei confronti dell’aviere ormai tranquillo a casa sua!

Altrettanto stupefacente quanto è accaduto per l’albanese Kasem Placu. Privo di permesso di soggiorno, era stato rinchiuso nella casa circondariale di Treviso, dove non sapevano del carico pendente su di lui per lo stupro. Risultato: l’ufficio matricola della prigione di Treviso avverte (per telefono!) l’ufficio immigrazione della questura che sta per scarcerare l’infame e chiede la scorta per espellerlo. Il che puntulamente avviene: Kasem Placu parte da Bologna in aereo per Tirana, su convalida da parte del tribunale di Treviso del decreto di espulsione. Insomma, con (quasi) tutti i crismi, anche questo farabutto guadagna la libertà addirittura con accompagnamento a casa. E il prescritto nulla osta al rimpatrio che avrebbe dovuto essere emesso dall’autorità giudiziaria, cioè dalla procura della repubblica di Pordedone o dalla procura generale di Trieste? Anche in questo caso il ministro della Difesa Martino s’incarica di prendere le difese del collega ing. Castelli: “la mancanza del nulla osta non determina, secondo costante giurisprudenza della Cassazione, l’invalidità del provvedimento”. Ovviamente ora anche l’albanese è irreperibile.

Vi è chiaro ora perché la risposta richiesta da Luana Zanella a Castelli è arrivata (quasi un anno dopo) da Martino? Perché l’ing. Castelli avrebbe dovuto contestare a più di un magistrato l’ignavia (a dir poco) con cui questa truce vicenda si è trasformata in un ignobile scandalo d’impunità. Chi paga tutto questo? Assolutamente nessuno. Anzi qualcuno ha pagato: la pavera bambina (tredici anni) di Pordenone: in tutta la lunga risposta del ministro della Difesa non c’è una sola parola di solidarietà, di comprensione, di scuse nei suoi confronti. Che vergogna.


Storia inviata alle: 2:51 AM
Del giorno: venerdì, dicembre 23, 2005

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